La taranta dell’export
Nel panorama desolante dei dati sull’economia reale dell’Italia e ancor più della Spagna, spicca come unico dato in controtendenza la crescita delle esportazioni. Dopo il crollo del 20 per cento subìto dall’export italiano nel 2009, le esportazioni hanno prima recuperato il 15 per cento nel 2010, sono poi cresciute dell’11,4 nel 2011, mantenendo un ritmo di aumento sostenuto nonostante la condizione sfavorevole del cambio dell’euro.
20 AGO 20

Nel panorama desolante dei dati sull’economia reale dell’Italia e ancor più della Spagna, spicca come unico dato in controtendenza la crescita delle esportazioni. Dopo il crollo del 20 per cento subìto dall’export italiano nel 2009, le esportazioni hanno prima recuperato il 15 per cento nel 2010, sono poi cresciute dell’11,4 nel 2011, mantenendo un ritmo di aumento sostenuto nonostante la condizione sfavorevole del cambio dell’euro. Anche in Spagna la tendenza è simile a quella italiana, sebbene il mix della produzione esportata dall’Italia presenti qualche aspetto più incoraggiante, perché si sposta progressivamente dall’antica prevalenza dei beni di consumo a quelli di investimento, a cominciare dalle macchine utensili, dall’elettronica e dall’elettrotecnica. Senza l’apporto positivo delle esportazioni al prodotto interno, questo sarebbe crollato del 5 per cento, il che fa intendere l’importanza che ha la manifattura esportatrice come volano di una possibile ripresa produttiva.
L’export è infatti, nella situazione attuale, l’unico fattore che può contrastare la spirale della deflazione che produce disoccupazione, riduzione della domanda interna e quindi nuova deflazione e così via. Solo i settori che hanno un mercato internazionale possono invertire fin d’ora questa tendenza, assumere nuovo personale, riavviare quindi, partendo dalla crescita della domanda esterna, almeno in parte il ciclo della domanda interna. Per consolidare queste tendenze, che sono il risultato di una metamorfosi produttiva che si è realizzata silenziosamente anche negli anni della crisi, servono investimenti tecnologici, che debbono essere finanziati, e una formazione professionale di qualità, oltre a un’assistenza più permanente alle filiere di esportazione nei paesi esteri più lontani, dove l’incremento dell’export è più veloce di quello riscontrato in Europa (che resta comunque il mercato principale).